C’era una volta .… a Pozzuoli
Lo strano caso del Mannese
Fino a tutti gli anni
cinquanta la chiesa di San Marco costituisce di fatto, per noi puteolani, il
confine tra il centro urbano e la periferia.
Qui terminano via
Sacchini e via Roma che, convergendo, proseguono come strada provinciale;
l’antica via Miliscola che continua tra il paese che sta finendo, la campagna
che sta iniziando e il cantiere che sta devastando.
Villa Maria, con le
sue tre moggia di terreno coltivato da Menechiello, patriarca della Famiglia
Biclungo, e con le sue mucche, allevate da Vittorio della Famiglia Perrotta,
ancora mostra la sua vocazione agricola.
Poco oltre il macello
comunale, e il mulino dei Mirabella, c’è un cavone che si spinge fin sotto la ferrovia
Cumana; qui troviamo una stalla con qualche mucca di “Totonno ‘u lattar” e la
baracca di “Tommaso o sferracavallo”.
E’ questo un
maniscalco, figlio di Attilio; ma ricordato per essere stato il padre di
Giuseppe, un vigoroso e bravissimo ragazzo, da tutti conosciuto come “Peppe
Maciste”.
Poco oltre ancora un
vicoletto il cui ingresso è seminascosto tra due edifici, il secondo del quale
allora come oggi ospita il deposito di Barca, “o’ schiattamuort” [1].
Imboccando questa
stretta “calle”, entro la quale prosegue la numerazione civica, ci ritroviamo
in un cortile attorno al quale s’è creato, come racconta Genny Casella, un
piccolo borgo.
In Italia
meridionale, soprattutto in Campania, luoghi come questo sono definiti
“vanella”; ovvero “piccolo atrio ai lati o alle spalle di uno o più
fabbricati”.
Questa “vanella” è un
agglomerato di casupole attorno ad una corte comune che permette di aggirarsi
tra stalle, baracche, galline, botteghe artigiane, bassi e signorili abitazioni
ai piani alti. Un mondo sperduto, sconosciuto a chi non è del luogo, una vera
“corte dei miracoli”, misteriosa e per certi versi paurosa.
Oggi varie fabbriche
sono state abbattute e l’ampio spazio ricavato è per gran parte adibito a
parcheggio; ma al tempo dei ricordi, al tempo dei fatti che narreremo, il luogo
è colmo di tuguri e traboccante di vita [2].
A destra un alto
muraglione ne delimita il confine col “cavone”, il nominato vicolo cieco che
divide questa “vanella” dall’agglomerato costituto dal Mulino dei Mirabella.
Di fronte un fabbricato
è addossato al grosso terrapieno di contenimento che sostiene la trincea in cui
transita la Ferrovia Cumana.
A sinistra ancora
qualche altra casupola proprio sul muro confinario che divide questa corte da
un'altra appartenente alla attigua proprietà Gentile; ultimo fabbricato pima
della “lava”, ovvero del “Vallone Cordiglia”.
Tonando nella
“vanella” di quegli anni troviamo, iniziando da sinistra e dal piano superiore,
dieci alloggi occupati come segue:
1 - Appartamentino
della Famiglia Russo;
2 - Appartamentino
della Famiglia di Mario Papa la cui moglie è sorella di Antonio Ianniello;
3 - Appartamentino
della Famiglia di Antonio Ianniello, fratello della moglie del confinante Mario
Papa e padre di Nicola (Colino), noto per il mobilificio ad Arco Felice;
4 - Appartamentino
della Signora Loprechiacca, moglie di un maresciallo.
Al piano terra,
sempre iniziando da sinistra:
5 – Al confine con il
palazzo Gentile, in un locale sottoscala, abita un signore alquanto enigmatico,
detto “Tirtapp”, con barba e vistosi baffoni. Ristrettissima la sua casa;
aprendo la porta d’ingresso ed a pochi centimetri si ritrova il suo letto
composto da “chiancarelle” sospese tra una parete e l’altra. Naturalmente in
questo angusto spazio non ci sono né luce, né acqua, né servizi igienici.
Questo personaggio esce alle prime luci dell’alba per recarsi alla solita
cantina di Pozzuoli, da qui il suo contro nome “Tirtapp”, per poi rincasare a
sera tardi.
6 - Appartamentino
occupato da una Famiglia, di cui ci sfugge il nome, poi trasferita a Milano da
moltissimi anni;
7 - Appartamentino
della signora Calabrese moglie di Di Donato detto “Ciaciotto”, già lavoratore
Armstrong e padre di Nardiello;
8 - Appartamentino
della signora soprannominata “Assunt ‘a cecat”;
9 - Locali adibiti a
falegnameria da Antonio Ianniello, che abita sopra, e poi di seguito occupati
da una signora soprannominata “a mosc”; ora abitante a Pozzuoli.
Veniamo ora alle due
case sulla strada Miliscola, oggi ripristinate ed occupate dal mobilificio
Pafundi:
1 – La prima è
abitata da Luigi Costigliola, detto “Gigino o Furnaro” con sua moglie Sommina,
sorella di Colino (quindi figlia di Antonio Ianniello). Gigino e Sommina, ora
residenti al Rione Solfatara, hanno dodici figli, tutti maschi; tra cui uno si
chiama Renato ed ha fatto il barbiere, un altro, di nome Enzo, trasferitosi a
Ponza. Sommina è la seconda moglie del Costigliola; la prima moglie, morta
giovanissima, si chiamava Imma ed aveva delle bellissime lunghe trecce.
2- La seconda casa è
occupata dalla signora Irmtella, moglie di Gaudino Luigi che lavora alla vicina
Ferroleghe. Anche Irma è morta molto giovane.
Ci sono poi alle
altre quattro case, oggi tutte occupate dal mobilificio Pafundi.
Al piano terraneo
abitano:
1 – Appartamentino
con la famiglia del signor Amedeo, che lavora agli Stabilimenti di Pozzuoli già
Armstrong, con sua moglie Gemma;
2 - Di fianco, loro
vicini, Michele Ambrosino, l’accalappiacani municipale, con la moglie signora
Manuela Arca ed i figli che ancora oggi conosciamo.
Al piano superiore
abitano:
3 - A destra,
guardando dalla strada, il signor Di Domenico che lavora alla ILVA di Bagnoli;
4 - A sinistra,
sempre guardando dalla strada, il signor Lamberti che pure lavora alla ILVA di
Bagnoli;
Sulla sinistra dello
stretto vicolo d’ingresso abita una signora detta “Murgetella”; in seguito il
locale è occupato da “mast’Antonio ‘u guardamentario”. Bravissima persona e
abile artigiano che con pelli, cuoio e altri materiali realizza tutti gli
accessori che possano servire per cavalli, asini e muli. Selle, briglie,
paraocchi, sottogola, barbini, chiudibocca, redini, frustini, ecc.
Un altro
“mast’Antonio”, detto però “’o mannese” abita nel cortile in una casetta di
legno, ai lati di “Acciracane”.
A questa casetta è
annesso un piccolo cucinino, sempre in legno, che come la casa ha un tetto
formato da tegole ondulate di ETERNIT, naturalmente contaminate dall’amianto.
Genny ha vissuto in
questo borgo che pertanto rammenta molto bene, al contrario di me che solo in
poche occasioni mi ci sono inoltrato.
Una donna lancia dei
confetti e per tutti noi piccoli è una corsa sfrenata per raccoglierli tra i
piedi dei presenti, prima che finiscano frantumati. Raggiante li porto a casa
come trofei e mai avrei immaginato le grida e i pianti di mia Madre che,
costrettomi a buttarli, mi disinfetta mani e bocca.
Un altro personale
ricordo risale al 1959 quando entro a far parte degli scout e durante le
escursioni noto che tutti i giovani esploratori sono dotati di coltelli da
giungla. A casa mio Padre conserva un coltello tedesco da guerra senza fodero,
e questa mancanza non mi permette di portarlo nelle escursioni di squadriglia.
Pertanto mi ricordo del guardamentaio, che si trova in questa “vanella”; con
molta pazienza Mast’Antonio mi ritaglia un fodero a misura del pugnale, di
certo non adatto agli usi scautistici.
Ma veniamo al
ricordo, di Genny, per il quale abbiamo iniziato questo scritto.
Una mattina, in
questo piccolo mondo, succede il finimondo; dato il sovraffollamento il
silenzio non può essere di casa in questa “vanella”, ma le grida di rabbia
vanno ben oltre il rispetto accumulato.
Tutto inizia con un
fruscio, inizialmente appena percepibile, che piano piano aumenta di volume con
l’aumentare dei personaggi coinvolti. Ben presto tutti i residenti della
“vanella” sono invitati ad intervenire e così iniziano ad apostrofare e poi a
scagliarsi minacciosi contro “mast’Antonio o mannese”.
Tutti, coalizzati con
veemenza, lo accusano di lavorare di notte disturbando il meritato sonno dei vicini
costretti poi ad affrontare stanchi le dure giornate lavorative che la vita
loro riserva.
In particolare
sbraitano che durante tutta la notte più non si dorme perché si sente forte un
sibilo. Affermano che il rumore è quello tipico provocato dalla manovella della
forgia che, quanto più forte gira, più violentemente alimenta la fiamma sui cui
si riscaldano i metalli da lavorare [3].
Il mannese, sentitosi
accusato, va su tutte le furie e, con altrettanto voce alta, grida che non è
lui che gira la manovella della forgia e tanto meno passa la notte a lavorare.
Anzi, racconta, anche
lui è infastidito da questo rumore notturno e, pensando a qualche scugnizzata,
le ultime sere, prima di lasciare l’officina, ha provveduto a sfilare la
manovella nascondendola sotto le lamiere ondulate della tettoia.
Genny, seppure
bambino all’epoca dei fatti, giura di ben ricordare il “Mannese” nell’atto di
smontare la manovella, dopo lo spegnimento della forgia, e di nasconderla sotto
le tegole di Eternit della tettoia; una condotta inconsueta e incomprensibile
per un bambino.
La discussione sembra
stroncarsi, i partecipanti si domandano l’un l’altro cosa veramente succede di
notte e chi possa essere l’essere, naturale o soprannaturale, che si prende
gioco di loro tutti.
Ma ecco che la
discussione ridiventa accesa quando la signora Barca, rispolverando una vecchia
questione, si scaglia contro il signor Di Domenico. Lo rimprovera perché
permette ai figli di giocare con delle biglie fino a notte tarda; questo la
infastidisce perché le grida dei bambini non gli permettono di dormire.
Apriti Cielo! Pronta
la risposta del Di Domenico che per le rime gli fa capire che i “suoi figli”
vanno a letto molto presto ed è quindi impossibile che siano loro a giocare con
le biglie.
Ma si sa, i bimbi
sono numerosi e sono presenti in quasi tutte le Famiglie che popolano la
“vanella”. Se non giocano con le biglie giocano con qualsiasi altra cosa
trovano, invadendo spazio e privacy altrui.
E poi, se vogliamo
dirla tutta, le tue galline sporcano fuori casa mia e mai ti sei sognata di
pulire…..
E tu! La pronta
risposta. Tieni sempre i fili occupati con il tuo bucato…
Ma che volete farci,
questo significa essere vivi, queste sono le gioie e i dolori di far parte di
una Comunità. Così affermava
la Mamma di Genny.
Ella era solita
raccontargli “fattarielli”, parabole, vita vissuta e storie di Pozzuoli, e
negli anni spesso ritornava su ciò che era accaduto in quella “vanella”.
Anche lei, come tanti
altri, captando quel rumore ogni notte si affacciava; continuava ad avvertire
la forgia del “mannese” girare senza mai scorgere Mast’Antonio o qualcun altro
che agitasse la maledetta manovella.
Nei suoi ricordi,
messi ora a fuoco da suo figlio Genny, era convinta che effettivamente qualche
cosa di strano succedeva in quel piccolo borgo.
P.S. - Pubblicato sul numero di gennaio 2026 del giornale Segni dei Tempi.
PELUSO GIUSEPPE



