I nostri luoghi, le nostre abitudini e le nostre vite raccontate da vecchie foto conservate con amore
o uscite per caso dalle scatole in cui le avevamo riposte.

martedì 17 maggio 2022

Donna Emilia

 


Cera una volta a… Pozzuoli

Donna Emilia ‘a quartaiola - La salumiera i rint a Torre

 

Nel transitare davanti al sagrato di San Marco, seppure distrattamente, non posso dimenticare la mia infanzia e una vecchia salumeria che qui esercitava la sua attività.

Era collocata proprio nello slargo, sul versante dove via Roma diventa via Nicola Fasano, all’epoca ancora via Miliscola [1].

Oggigiorno è completamente cambiato il modo di far la spesa, sono cambiate le famiglie, è cambiato il loro modo di nutrirsi; giornalmente gli acquisti li fanno solo pochi pensionati, la maggioranza provvede nel fine settimana.

Nella mia infanzia non è così e l’occasione per staccarsi dalla routine di Villa Maria e recarsi alla bottega di “donna Emilia a’ quartaiola”, con i genitori o da solo per piccole commissioni, è una straordinaria avventura.

 

L’arredo della salumeria è molto spartano; il classico bancone di legno parzialmente rivestito di formica e sovrastato da un marmo ovalizzato su cui c’è l’affettatrice per i salumi, la grattugia per i formaggi, il ceppo per il taglio [2].



Su tutto troneggia la grande bilancia, inizialmente quella a pesi con le sue due coppe e poi quella più moderna di colore rosso con un solo vassoio di appoggio ed in alto un enorme quadrante, come i pendoli, per visionare il peso [3].



Sotto il piano del bancone, ancora non esistono banchi frigo; qui sono riposti mortadella, provoloni, formaggi, salumi, prosciutto, lardo salato, burro e cose simili.

Vicino al bancone, esposti in modo che siano ben visibili ai piccoli avventori, grandi barattoli di vetro forniti di coperchio in alluminio; contengono liquirizie, cioccolatini e varie tipo di caramelle, quasi sempre acquistate a pezzi singoli dai bambini che frequentano la vicina scuola.

 

Le scaffalature sono di legno verniciato; quelle dietro il bancone contengono barattoli e scatolame con prodotti da vendere sfusi, tra cui la marmellata che si trova in contenitori di compensato; quelle ai lati del negozio contengono prodotti da vendere confezionati come vino nei fiaschi impagliati, bottiglie con passate di pomodoro tappate con sugheri e spago, biscotti come i nuovi Pavesini e Oro Saiwa, citrato, bustine effervescenti per preparare bottiglie di Idrolitina o Frizzina, le scatolette di Simmethall, i primi dadi Knorr. 

 

Al soffitto sono ancorate varie barre di ferro da cui pendono prosciutti, provoloni, mortadelle, salami, caciocavalli, salsicce e altro, tutti ancora intatti ed in attesa che si esauriscano quelli in uso sul bancone.

Ai pochi tratti di pareti ancora vuoti ci sono piccoli ripiani o addirittura chiodi per esporre prodotti stagionali o promozionali.

Al di sotto di questi si nota il colore delle mura la cui tinteggiatura è stata fatta con calce viva, probabilmente dagli stessi “putekari”.

Il pavimento mostra ancora tratti delle originali “riggiole”, ma estesi mancanze sono state colmate con uno strato di cemento in cui s’è cercato di inserire lo stesso colore delle mattonelle di graniglia.

Leggende, ancora oggi narrate da amici, raccontano di topolini affogati nei grandi recipienti dell’olio ed estratti per la coda; o di neri insetti vanamente inseguiti da scope e stracci…

Ma le mosche sono rare; esse, che pure amano luoghi come questo, sono tenute lontane perché non si lesina nell’uso della moderna macchinetta del “Flit”, che spruzza una miscela di DDT [4].

 


Appena si entra nel negozio si avverte un miscuglio di odori; su tutti emerge, l’olezzo di sarde, alici, aringhe sotto sale, tonno sottolio; tutti prodotti esposti in latte medio-grandi sempre aperte e pronte per la vendita.

Nel periodo natalizio si sente l’aroma pungente del baccalà, tenuto in bella mostra presso l’ingresso del locale; olive verdi, nere, schiacciate, papaccelle, i panettoni Alemagna o Motta, qualche bottiglietta delle essenze per preparare liquori in casa. Come tutti gli altri ragazzi sono affascinato alla vista di bottiglie contenenti millefiori o altri liquidi gialli in cui si nota un rametto e lo zucchero cristallizzato [5].



Purtroppo la vicinanza del Coloniale dei Contursi limita fortemente la vendita dei primi liquori confezionati, del caffè, dello zucchero, dei dolciumi.

A Pasqua tante uova per preparare dolci, quelle di cioccolato con sorprese, le prime colombe, pancetta, ventresca, zogna, salsicce dolci e piccanti.

 

Donna Emilia, la proprietaria, è sempre dietro il grosso bancone e mai ricordo d’averla vista aggirarsi al di qua, tra gli acquirenti.

In epoche in cui son rari gli spostamenti lei, che proviene dalla vicina Quarto ancora frazione di Marano, è subito apparsa “diversa” nel Rione Torre; questa “insolita” origine è sufficiente ad etichettarla per sempre come “donna Emilia ‘a quartaiola”.

Non è alta di statura, la si intravede appena dietro il banco sebbene poggi su di una alta pedana in legno, ma è bella esuberante come una “sora ciaciona”.

La sua mole non gli crea nessun impedimento, si muove con agilità ed è molto pratica di coltelli, affettatrice, pesi e carte.

 

Nel negozio c’è pure suo marito don Eugenio, originario del salernitano e, si narra, imbattibile a braccio di ferro. Don Eugenio è claudicante, avendo una gamba offesa, ma non lo si nota quando utilizza la bicicletta che ogni sera lascia giù alle scale della sua abitazione nella vicina Calcara. Miei compagni di scuola, che abitano nello stesso Palazzo Zaarauolo, la utilizzano a sua insaputa appena rincasa definitivamente.

Io che sono tra i più giovani che abbiano frequentato questo esercizio, lo ricordo di già troppo avanti con l’età, sempre seduto in un angolo semibuio; come contributo si limita ad afferrare qualche prodotto che per puro caso si trovi alle sue spalle, ed anche questo movimento gli procura fastidio.

 

Il supporto essenziale è fornito dal nipote Canonico Santolo che è sempre in giro per il negozio a prendere, trasportare, staccare, misurare, pesare.

Santino, così è da tutti chiamato, è un giovane alto con fisico atletico; è stato calciatore della Puteolana e coltiva la passione per i purosangue. Fino a pochi anni prima ha posseduto un cavallo che, insieme al calessino, ha custodito in un ricovero della vicina Villa Maria; locale che poi sarà adibito a stalla dal vaccaro Vittorio Perrotta.

Il nostro Santino gode anche di un distinto portamento, da vero “gentlman”, e, sicuro della sua prestanza, fa la corte a tutte le signorine ed è galante con tutte le signore che, lusingate, mai dimenticano di passare da “donna Emilia”.

Santolo ha una sua vita sociale e politica; è socio frequentatore dell’esclusivo “Circolo Puteoli”, in piazza, e spesso è candidato alle comunali per le liste del “Movimento Sociale Italiano”.

Al di fuori dell’ambito lavorativo indossa sempre un caratteristico cappello a tese larghe di raffinata foggia, a metà tra un elegante “Borsalino” ed un avventuroso “Indiana Jones”.

 

Nonostante io sia poco più che bambino, nel vedermi mi saluta sempre con un “Buongiorno Signor Peluso”, facendomi sentire come un giovanissimo cadetto della Royal Navy di Sua Maestà.

Questa sua squisita cortesia non è forma di asservimento per il lavoro che svolge; è la naturale educazione e cordialità che lo contraddistinguerà fino a quando ho avuto il piacere di incontrarlo. Anche sessanta anni dopo, quando l’ho rivisto ancora impeccabile nel suo fisico asciutto; Santino era proprio così, aveva stracciato il calendario.

 

Ma non pensiate che Santolo sia futile e galante; egli è sempre attento nell’eseguire tutto ciò che la zia gli chiede, e altrettanta attenzione porge al marciapiede dove sono allineati in bella vista i sacchi pieni di legumi, spighe, ceci abbrustoliti e “sciuscelle”, la cioccolata dei poveri [6]. 



Queste carrube sono molto ricercate da bande di scugnizzi divenuti improvvisati predoni, e la merce esposta fuori, anche per mancanza di spazio interno, è sempre fonte di preoccupazione per la zia che annusa il pericolo anche quando passa l’interminabile fila di “prevetarielli” usciti dal seminario per la settimanale passeggiata [7].



Ma il nipote mai minaccia, spesso dona qualche frutto ai più bisognosi e intuisce che potrà poi stare tranquillo.

 

Il vero regno di Santino è il locale laterale, che funge da retrobottega, in cui si accede sia dalla strada Miliscola che da una apertura praticata sulla destra del magazzino principale.

Negli scaffali con ripiani aperti, di quello che sembra un vecchio armadio, c’è la pasta lunga che a casa andrà spezzata, e sotto, in una serie di cassetti, c’è la pasta corta; quella che si rompe è raccolta in un cassetto e poi ceduta come mista a prezzo inferiore.

Il tutto è venduto sfuso ed in genere ad un quarto di kilo alla volta, ed è pesato sulla vecchia bilancia, con le due coppe ed i pesi in ottone, che in precedenza era nel locale principale ed ora poggia su di un vecchio bancone posto davanti alla pasta [8].



In questo secondo locale c’è pure una grande bilancia a bascula, poggiata a terra davanti al banco, la quale più che per i clienti serve a pesare sacchi e ceste contenente merce che loro acquistano; solo raramente sono qui pesate le vendite di articoli ingombranti che superano i tre-cinque kg [9].



In questo ambiente è depositata pure la farina, i legumi, e soprattutto l’olio che è venduto sfuso; per il suo acquisto è necessario portare da casa un contenitore in cui Santino verserà la quantità richiesta (un quarto, mezzo litro, etc) dopo averla sversata da grossi recipienti metallici e quantificata a mezzo specifici misurini.

 

Saltuariamente, almeno nei miei ricordi, nella “puteka” aiuta l’altra nipote, una sorella di Santino di nome Emilia, come la zia.

L’eterna signorina Emilia è distinta, come il fratello, e nel suo buon italiano abile intrattenitrice per le attese che così diventano piacevoli per i Clienti che, abitanti tra il Rione Torre e il Mulino, si conoscono un po' tutti.

 In quegli anni si vende quasi tutto sfuso, pertanto c’è necessità di molta carta che troviamo infilzata a chiodi fissati sia ai banconi che alle vicine pareti. C’è la carta per il pane, la carta oleata per i salumi e formaggi, la carta maccheroni per la pasta, la carta paglia per qualche prodotto precotto. Poche le bustine di carta, solo per specifiche e costose spezie; molti i “cartocci” (per alimenti voluminosi come fagioli, etc) e i “cuoppi” (per alimenti piccoli come olive, etc) che sia Santino che la zia abilmente confezionano avvolgendo la carta (spesso vecchi giornali) che hanno abbondantemente a disposizione.

Si vendono sfusi anche articoli abbastanza pericolosi come la varichina, l’acido muriatico e la soda caustica, e per tutti è necessario portare bottiglie da casa. In un cartoccio è invece consegnata la liscivia bianca che al negozio arriva in sacchi.

 

Per la vicinanza dello specifico Mercato Ingrosso e del Mercatino Giornaliero donna Emila non vende frutta e verdura, ma in cambio distribuisce fresca simpatia e salutare familiarità.

In un moderno supermercato è impensabile dialogare e avere informazioni dai ragazzi degli stand; dalla nostra pizzicagnola si viene informati su tutto.

Della nuova suora giunta al vicino collegio; del quartino messo in fitto; dove abita la siringai; se la tale sarta lavora bene; e poi…. e poi… e poi; piacevole poter scambiare due parole nel mentre i salumieri preparano con sempre maggior fervore quanto richiesto.


Nel negozio non c’è la “cassa”; donna Emilia fa i conti a mano con la matita su un pezzo di carta sul bancone, lo stesso pezzo di carta che ritroveremo avvolto attorno al pane o al provolone. A casa ricontrolleremo quei conti e li ritroveremo sempre esatti perché la nostra “casadduoglio” sarà pure analfabeta ma in aritmetica è da premio “Nobel”.

Non solo, in anticipo su tempi, donna Emila ha di già inventato un unico certificato che funziona da Carta di Credito e da Carta Fedeltà. Trattasi di un libricino, ovvero un quadernetto con copertina nera, che racchiude piccoli foglietti sui quali la bottegaia annota la somma della spesa giornaliera.

Il possedere questo quadernetto conferisce un potere d’acquisto che ancora oggi nessuno strumento di credito riesce a fornire; inoltre il quadernetto crea un tale legame col negozio che nessuna moderna Carta Socio riesce a conseguire.

Il conto è poi saldato ogni settimana, quindicina o mese adattandosi elasticamente alla instabile retribuzione del debitore; alcuni pagano quando possono, i contadini addirittura al loro raccolto.

Lei con dolcezza e risolutezza ricorda a tutti le scadenze e spesso, senza malizia, dichiara:

“Chi magna a Natale e pava a Pasca, fa 'nu buono Natale e 'na mala Pasca.”

 C’è da dire, però, che siccome c’è ancora un alto senso di dignità, tutti cercano di saldare i loro debiti.

 


 GIUSEPPE PELUSO – MAGGIO 2022


P.S. - Qualche spunto e qualche foto dal blog NOI VASTESI di Nicola D'Adamo


domenica 1 maggio 2022

Tutti figli di Amedeo

 


C’era una volta .… a Pozzuoli

Tutti figli di Amedeo

 

Fin dal suo insediamento a Pozzuoli, nel 1885, la Armstrong ha dato vita a diverse istituzioni di previdenza.

Precorrendo i tempi, quando nè lo Stato né le Industrie ancora non pensano a soccorrere i propri dipendenti in caso di bisogno, il grande Stabilimento inizia a provvedere agli operai colpiti da infortuni.

 

Il servizio sanitario all’interno dello Stabilimento possiede una infermeria con vari locali per pronto soccorso, visite mediche generiche, operazioni chirurgiche, visite oculistiche, ed è corredato di apparecchio radioscopico e di tutti i più recenti precetti della scienza medica [1].


Annessa alla Infermeria vi è una Farmacia dove è possibile acquistare medicinali a prezzi relativamente modici [2].



Ben presto l’assistenza sanitaria gratuita è estesa anche alle famiglie degli operai, sia che essi risiedano a Pozzuoli, a Napoli, o nei paesi vicini.

Vari medici ed alcuni infermieri specialisti sono adibiti a questo servizio che funziona ventiquattro ore al giorno, come i turni di produzione.

Questi benefici, per dipendenti e familiari, sono elargiti dalla Armstrong per tutti i lunghissimi anni in cui opera nel sito di Pozzuoli, e lo stesso sarà per la successiva Ansaldo e poi dalla subentrante SMP (Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli), fino a tutti gli anni cinquanta.

 

In una foto del 1958, scattata all’interno del Cantiere di Pozzuoli nel corso di una cerimonia religiosa presieduta dal vescovo Alfonso Castaldo, notiamo la presenza dell’operaio Amedeo Russo che abita nella vicina e animata Vanella Miliscola [3].





All’epoca i ragazzi di questo borgo, del Mulino, di Villa Maria e di altre sparse case della zona Cantiere, sono sempre fuori casa, praticamente in strada fino a tarda sera finché non sono richiamati dalle rispettive mamme per la cena. Per giocare ci si inventa di tutto, la Fantasia è patrimonio comune, nonostante nasi colanti, scarpe con buchi, pantaloni con pezze, e inquilini non graditi tra i capelli.

D’estate già di prima mattina si gioca a calcio al centro della strada, per via Miliscola raramente passa qualche auto, e la sirena del Cantiere, che suona per l’ingresso, pranzo e uscita operai, marca i tempi di divertimento.

In serata transitano carretti carichi di frutta e verdura, che i coloni portano al mercato; si poggiano le orecchie sull'asfalto per poter sentire gli zoccoli dei cavalli in avvicinamento e al loro passaggio è un vero e proprio assalto alla diligenza.

Poi gli arrembaggi lungo la lava Cordiglia, l’andare a disturbare le “lucciole” che “lavorano” sulle rampe per Villa De Angelis, le sassate con i ciottoli della Ferrovia Cumana contro bande rivali, son tutte buone occasioni per procurarsi ferite più o meno leggere [4].



Per le semplici sbucciature è sufficiente risciacquarsi alla fontana mascherone posta nello slargo del Mulino dei Mirabella; ma per le ferite più importanti non ci sono soluzioni rapide e neppure lontanamente si ritiene opportuno recarsi a casa [5].



Tutte le mamme avvertono: "..se cadi e ti fai male...ti dò il resto..", oppure: “…se cadi per far lo scemo e non ti fai nulla ...dopo ti faccio male io....!!!!”

 

Con queste premesse è impensabile andare a casa dopo un danno non proprio leggero; pertanto l’unica soluzione è recarsi presso l’infermeria del Cantiere che da sempre ha un portoncino, che immette direttamente sulla provinciale Miliscola, riservato ai familiari dei dipendenti [6].



Una volta bussato si è accolti nell’atrio e subito introdotti nella medicheria dove l’infermiere don Peppe provvede a disinfettare, bendare, e dare qualche punto, senza fare inopportune domande sull’incidente causa dei danni.

Al termine don Peppe, per le dovute registrazioni, si limita a chiedere il nome del genitore e una conferma che lo stesso sia dipendente del Cantiere.

Prontamente, il ragazzo di turno infortunato, risponde:

“Sono figlio di Amedeo!”

In altre occasioni, numerose come lo è il numero degli scugnizzi, alla richiesta di don Peppe di conoscere il nome del genitore, sempre si risponde:

“Sono figlio di Amedeo!”

La domanda di don Peppe è una farsa, ma dovuta, i ragazzi rispondono tutti d’essere figli di Amedeo, abitante nella vanella e dipendente del Cantiere.

Don Peppe è di cuore, ma non scemo; sa benissimo che non son tutti figli di Amedeo, ma lui li cura lo stesso.

Non sono tutti figli di Amedeo, ma comunque sono tutti figli del Cantiere.

 

 P.S.

Un grazie a Genny Casella, Antonio Ambrosino e Ninotto Bellofiore per le preziose testimonianze.

 

Giuseppe Peluso – maggio 2022


giovedì 21 aprile 2022

Lo strano caso del Mannese

 

PREFAZIONE DEL PROF. VINCENZO CASILLO

La bellezza del frammento, un elogio di Giuseppe Peluso...

Son tempi maledetti questi, giorni ed ore inabitati dalla percezione, ahimè, devastante del male che sembra prevalere dentro ed intorno alle nostre miserabili esistenze.

La mano fa fatica a scrivere e la parola esce parca ed ingrata.

Pur tuttavia, trovo qualche minuto di minore sofferenza per tessere l'elogio di Giuseppe Peluso, un uomo in cui il frammento storiografico assurge ad arte.

Con vero piacere dello spirito ho letto le brevi note che il nostro ci ha donato in relazione alla strana storia del "Mannese".

Cosa dire, nel pur breve racconto suffragato dalle rimembranze di Genny Casella rivive il colore locale di una comunità umana che non è più, ma le cui vicende hanno lasciato un'impronta indelebile nelle menti dei protagonisti.

Insieme si viveva, insieme si gioiva, insieme si soffriva: questo rendeva uomini e donne.

Ora, che il nostro reo tempo ed il nostro individualismo esasperato ci hanno consegnati alla più bieca delle solitudini umane ed esistenziali, si affronta tutto con indicibile difficoltà.

Dio non voglia abbandonare l'opera delle sue mani... 

(Enzo V. Casillo)



C’era una volta .… a Pozzuoli

Lo strano caso del Mannese 

Fino a tutti gli anni cinquanta la chiesa di San Marco costituisce di fatto, per noi puteolani, il confine tra centro urbano e periferia.

Qui terminano via Sacchini e via Roma che, convergendo, proseguono come strada provinciale; l’antica via Miliscola che continua tra il paese che sta finendo, la campagna che sta iniziando e il cantiere che sta devastando.

Villa Maria, con le sue tre moggia di terreno coltivato da Menechiello, patriarca della Famiglia Biclungo, e con le sue mucche, allevate da Vittorio della Famiglia Perrotta, ancora mostra la sua vocazione agricola.

Poco oltre il macello comunale, e il mulino dei Mirabella, c’è un cavone che si spinge fin sotto la ferrovia Cumana; qui troviamo una stalla con qualche mucca di “Totonno ‘u lattare centinaia di colombi, qui concentrati per i residui di grano del mulino, che nidificano nei vuoti delle pietre di tufo.

Nello stesso cavone è sempre forte l’odore acre proveniente dagli zoccoli di cavallo bruciati poiché c’è la baracca di “Tommaso o sferracavallo”.

E’ questo un maniscalco, figlio di Attilio, ricordato per essere stato il padre di Giuseppe, un vigoroso e bravissimo ragazzo, da tutti conosciuto come “Peppe Maciste”.

Poco oltre ancora un vicoletto il cui ingresso è seminascosto tra due edifici, il secondo del quale allora come oggi ospita il deposito di Barca, “o’ schiattamuort” [1].

Imboccando questa stretta “calle”, entro la quale prosegue la numerazione civica, ci ritroviamo in un cortile attorno al quale s’è creato, come racconta Genny Casella, un piccolo borgo.

In Italia meridionale, soprattutto in Campania, luoghi come questo sono definiti “vanella”; ovvero “piccolo atrio ai lati o alle spalle di uno o più fabbricati”.

Questa “vanella” è un agglomerato di casupole attorno ad una corte comune che permette di aggirarsi tra stalle, baracche, galline, botteghe artigiane, bassi e signorili abitazioni poste ai piani alti. Un mondo sperduto, sconosciuto a chi non è del luogo, una vera “corte dei miracoli”, misteriosa e per certi versi paurosa.

Oggi varie fabbriche sono state abbattute e l’ampio spazio ricavato è per gran parte adibito a parcheggio; ma al tempo dei ricordi, al tempo dei fatti che narreremo, il luogo è colmo di tuguri ma traboccante di vita [2].

A destra un alto muraglione ne delimita il confine col “cavone”, il nominato vicolo cieco che divide questa “vanella” dall’agglomerato costituto dal Mulino dei Mirabella.

Di fronte un fabbricato è addossato al grosso terrapieno di contenimento che sostiene la trincea in cui transita la Ferrovia Cumana.

A sinistra ancora qualche altra casupola proprio sul muro confinario che separa questa corte da un'altra appartenente alla attigua proprietà Gentile; ultimo fabbricato pima della “lava”, ovvero del “Vallone Cordiglia”.

 Tonando nella “vanella” di quegli anni troviamo, nel fabbricato frontale, iniziando da sinistra e dal piano superiore, dieci alloggi occupati come segue:

1 - Appartamentino della Famiglia Russo;

2 - Appartamentino della Famiglia di Mario Papa la cui moglie è sorella di Antonio Ianniello;

3 - Appartamentino della Famiglia di Antonio Ianniello, fratello della moglie del confinante Mario Papa e padre di Nicola (Colino), noto per il mobilificio ad Arco Felice;

4 - Appartamentino della Signora Loprechiacca, moglie di un maresciallo.

 

Al piano terra, sempre iniziando da sinistra:

5 – Al confine con il palazzo Gentile, in un locale sottoscala, abita un signore alquanto enigmatico, detto “Tirtapp”, con barba e vistosi baffoni. Ristrettissima la sua casa; aprendo la porta d’ingresso ed a pochi centimetri si ritrova il suo letto composto da “chiancarelle” sospese tra una parete e l’altra. Naturalmente in questo angusto spazio non ci sono né luce, né acqua, né servizi igienici. Questo personaggio esce alle prime luci dell’alba per recarsi alla solita cantina di Pozzuoli; da qui il suo contro nome “Tirtapp”, per poi rincasare a sera tardi.

6 - Appartamentino occupato dalla signora “Nanninella”, Famiglia Autieri, poi trasferita a Milano da moltissimi anni;

7 - Appartamentino della signora Calabrese moglie di Di Donato detto “Ciaciotto”, già lavoratore Armstrong e padre di Nardiello;

8 - Appartamentino della signora soprannominata “Assunt ‘a cecata”;

9 - Locali adibiti a falegnameria da Antonio Ianniello, che abita sopra, e poi di seguito occupati da una signora soprannominata “a mosc”; ora abitante a Pozzuoli.

 

Veniamo ora alle due case sulla strada Miliscola, oggi ripristinate ed occupate dal mobilificio Pafundi:

1 – La prima è abitata da Luigi Costigliola, detto “Gigino o Furnaro” con sua moglie Sommina, sorella di Colino (quindi figlia di Antonio Ianniello). Sommina è la seconda moglie del Costigliola; la prima moglie, morta giovanissima, si chiamava Imma, era cugina di Sommina, ed aveva delle bellissime lunghe trecce. Gigino ha dodici figli, tutti maschi; due dalla prima moglie e dieci dalla seconda. Alfonso è il primo nato del secondo matrimonio, dopo la vedovanza. ed oggi abita al Rione Solfatara; un altro figlio si chiama Renato ed ha fatto il barbiere; un altro, di nome Enzo, si è trasferito a Ponza.

2- La seconda casa è occupata dalla signora Irmtella, moglie di Gaudino Luigi che lavora alla vicina Ferroleghe. Anche Irma è morta molto giovane.

 

Ci sono poi alle altre quattro case, oggi tutte occupate dal mobilificio Pafundi. Al piano terraneo troviamo:

1 – Appartamentino con la famiglia del signor Amedeo Russo, che lavora agli Stabilimenti di Pozzuoli già Armstrong, con sua moglie Gemma e i figli tra cui Mario che ci ha lasciati troppo presto, la figlia più grande che ora risiede Sotto il Monte ed un'altra che si è trasferita a Rimini;

2 - Di fianco, loro vicini, Michele Ambrosino, l’accalappiacani municipale, con la moglie signora Manuela Arca ed i figli che ancora oggi conosciamo.

 

Al piano superiore abitano:

3 - A destra, guardando dalla strada, il signor Di Domenico che lavora alla ILVA di Bagnoli;

4 - A sinistra, sempre guardando dalla strada, il signor Lamberti che pure lavora alla ILVA di Bagnoli;

 

Sulla sinistra dello stretto vicolo d’ingresso abita una signora detta “Murgetella”; in seguito il locale è occupato da “mast’Antonio ‘u guardamentario”.  Bravissima persona e abile artigiano che con pelli, cuoio e altri materiali realizza tutti gli accessori che possano servire per cavalli, asini e muli. Selle, briglie, paraocchi, sottogola, chiudibocca, redini, frustini, ecc.

Un altro “mast’Antonio”, detto però “’o mannese” [riparatore e costruttore di carrozze] abita nel cortile in una casetta di legno, ai lati della proprietà dei signori Costigliola, conosciuti come “o’ cciracane”; ovvero don Mimì e la moglie Capolongo Carmela.

A questa casetta è annesso un piccolo cucinino, sempre in legno, che come la casa ha un tetto formato da tegole ondulate di ETERNIT, naturalmente contaminate dall’amianto, ma nessuno lo sà.

Le stesse tegole coprono il laboratorio del “mannese” e ancora tutti ricordano che ha costruito, per conto di un facoltoso personaggio e senza badare a spese, uno di quei carretti per la “Juta a Montevergine”. Cosa straordinaria i raggi di quel carro erano tutti dello stesso peso, un orologio svizzero, una maestria fuori dal comune.

Genny ha vissuto in questo borgo che pertanto rammenta molto bene, al contrario di me che solo in poche occasioni mi ci sono inoltrato [3].

Ricordo che a metà degli anni cinquanta giunge notizia della morte di un bimbo che qui abita; insieme ad altri ragazzi miei coetanei, e all’insaputa dei genitori, mi reco verso questo vicoletto proprio quando il bianco carro funebre sta allontanandosi con il suo tragico carico.

Una donna lancia dei confetti e per tutti noi piccoli è una corsa sfrenata per raccoglierli tra i piedi dei presenti, prima che finiscano frantumati. Raggiante li porto a casa come trofei e mai avrei immaginato le grida e i pianti di mia Madre che, costrettomi a buttarli, mi disinfetta mani e bocca.

Un altro personale ricordo risale al 1959 quando entro a far parte degli scout e durante le escursioni noto che tutti i giovani esploratori sono dotati di coltelli da giungla. A casa mio Padre conserva un coltello tedesco da guerra senza fodero, e questa mancanza non mi permette di portarlo nelle escursioni di squadriglia. Pertanto mi ricordo del guardamentaio, che si trova in questa “vanella”; con molta pazienza Mast’Antonio mi ritaglia un fodero a misura del pugnale, di certo non adatto agli usi scautistici.

Ma veniamo al ricordo, di Genny, per il quale abbiamo iniziato questo scritto.

 Una mattina, in questo piccolo mondo, succede il finimondo; dato il sovraffollamento il silenzio non può essere di casa in questa “vanella”, ma le grida di rabbia vanno ben oltre il rispetto accumulato.

Tutto inizia con un fruscio, inizialmente appena percepibile, che piano piano aumenta di volume con l’aumentare dei personaggi coinvolti. Ben presto tutti i residenti della “vanella” sono invitati ad intervenire e così iniziano ad apostrofare e poi a scagliarsi minacciosi contro “mast’Antonio o mannese”.

Tutti, coalizzati con veemenza, lo accusano di lavorare di notte disturbando il meritato sonno dei vicini costretti poi ad affrontare stanchi le dure giornate lavorative che la vita loro riserva.

In particolare sbraitano che durante tutta la notte più non si dorme perché si sente forte un sibilo. Affermano che il rumore è quello tipico provocato dalla manovella della forgia che, quanto più forte gira, più violentemente alimenta la fiamma sui cui si riscaldano i metalli da lavorare [4].

Il mannese, sentitosi accusato, va su tutte le furie e, con altrettanto voce alta, grida che non è lui che gira la manovella della forgia e tanto meno passa la notte a lavorare.

Anzi, racconta, anche lui è infastidito da questo rumore notturno e, pensando a qualche scugnizzata, le ultime sere, prima di lasciare l’officina, ha provveduto a sfilare la manovella nascondendola sotto le lamiere ondulate della tettoia.

 Genny, seppure bambino all’epoca dei fatti, giura di ben ricordare il  “Mannese” nell’atto di smontare la manovella, dopo lo spegnimento della forgia, e di nasconderla sotto le tegole di Eternit della tettoia; una condotta inconsueta e incomprensibile, anche agli occhi di un bambino.

La discussione sembra stroncarsi, i partecipanti si domandano l’un l’altro cosa veramente succede di notte e chi possa essere l’essere, naturale o soprannaturale, che si prende gioco di loro tutti.

Ma ecco che la discussione ridiventa accesa quando la signora Barca, rispolverando una vecchia questione, si scaglia contro il signor Di Domenico. Lo rimprovera perché permette ai figli di giocare con delle biglie fino a notte tarda; questo la infastidisce perché le grida dei bambini non gli permettono di dormire.

Apriti Cielo! Pronta la risposta del Di Domenico che per le rime gli fa capire che i “suoi figli” vanno a letto molto presto ed è quindi impossibile che siano loro a giocare con le biglie.

Ma si sa, i bimbi sono numerosi e sono presenti in quasi tutte le Famiglie che popolano la “vanella”. Se non giocano con le biglie giocano con qualsiasi altra cosa trovano, invadendo spazio e privacy altrui.

E poi, se vogliamo dirla tutta, le tue galline sporcano fuori casa mia e mai ti sei sognata di pulire…..

E tu! La pronta risposta. Tieni sempre i fili occupati con il tuo bucato…

 

Ma che volete farci, questo significa essere vivi, queste sono le gioie e i dolori del far parte di una Comunità. Così affermava la Mamma di Genny.

Ella era solita raccontargli “fattarielli”, parabole, vita vissuta e storie di Pozzuoli, e negli anni spesso ritornava su ciò che era accaduto in quella “vanella”. 

Anche lei, come tanti altri, captando quel rumore ogni notte si affacciava; continuava ad avvertire la forgia del “mannese” girare senza mai scorgere Mast’Antonio o qualcun altro che agitasse la maledetta manovella.

Nei suoi ricordi, messi ora a fuoco da suo figlio Genny, era convinta che effettivamente qualche cosa di strano succedeva in quel piccolo borgo.


Genny Casella & Giuseppe Peluso - aprile 2022


domenica 28 novembre 2021

Assunta Pezzanera

 


ASSUNTA PEZZANERA

In una vecchia foto, pubblicata di recente da Vincenzo Grieco sul Gruppo Facebook “gli SCUGNIZZ di NCOPP ‘A TERRA”, notiamo un Rione Terra vivace e animato.

Nella immagine, in fondo, si vedono delle "spaselle", con frutta e verdura, che in pratica costituivano il negozio di Assuntina “Pezzanera”. Questo “puosto” si trovava nello strategico e trafficato incrocio tra via Luigi de Fraja Frangipane, via Crocevia e piazzetta San Liborio.

 La nipote Carmela Mirata riferisce che la signora che si intravede dietro la mercanzia non è Assuntina “Pezzanera”; ne è certa perché la nonna vestiva sempre di neroe lei, seppure fosse piccola, così la ricorda.

Carmela riconosce invece sua madre Elena Conte, in secondo piano, immortalata nel suo tipico atteggiamento con una mano appoggiata su di un fianco.

Elena, detta “Ninuccia”, era figlia di Gennaro Conte, detto “Pezzec”, e di Maria Pollio anch’essa presente in foto, tra la figlia Elena e le tre ragazze in primo piano.

Questa tre spiritose signorinelle sono, da sinistra:

-      Luisa Lucignano che abitava nel basso a destra; quello che si sta intonacando.

-      Concetta Conte, detta “Tittinella”, sorella più giovane di Elena Conte; quindi zia di Carmela.

-      Maria Vallozzi, cugina di Carmela, e vicina di casa.

Le tre ragazze, già compagne di gioco ed ora complici dei primi confidenziali segreti, si mostrano al fotografo masticando un frutto di biblica memoria; in voluttuoso e brillante atteggiamento.

Il bambino, anch’esso in espressione scherzosa, è il fratello di Carmela Mirata; o forse un suo cugino cui molto assomiglia.

Il muratore è Vincenzo Grieco, detto “’o re dell’intonaco”; colui che postando la foto ci ha catapultato in un mondo che anche noi stavamo sgombrando dalle radici e dai ricordi.

Vincenzo è ripreso proprio nel rifacimento dell’intonaco all’esterno di casa Lucignano, dove abitavano sia Luisa che il fratello Giovanni.

 

Nell’allegata piantina una freccia individua il crocicchio dove la scena si svolse; incrocio di vie e di vite, di storie e di leggende.

La notte della “Vigilia di Natale” su al Rione s’accendevano vari “cippi” il più famoso dei quali ardeva a Piazzetta Crocevia, nei pressi del principale ingresso del Duomo.

Il ricordo di questo “cippo” ci è stato tramandato da uno struggente racconto del professore Raffaele Giamminelli e immortalato in un’opera del maestro Antonio Isabettini.

Ma vecchi racconti popolari ci parlano di altri falò che, seppure limitati nella portata e nei partecipanti, egualmente assolvevano alla funzione di aggregazione tra i residenti di vicini e affollati “bassi”.

Prossimo casa sua, al crocicchio muto testimone della descritta scenografia, ogni “Vigilia di Natale” Assunta “Pezzanera” accendeva il suo “Cippo”.

Tra ottobre e novembre il nipote Salvatore andava con il carrettino, trainato dal suo ciuccio, nella selva oltre via Vecchia Vigna dove raccoglieva i resti di uno stagionato ceppo.

Affinché asciugasse, perdendo l’umidità del bosco, lo deponeva “abbasc ‘u quartiere”, nelle vicinanze dello stretto crocicchio. Angelo Mirelli ricorda che per qualche mese l’adagiato "cippo" diventava, per loro bambini, un fantasioso destriero da cavalcare.

Poi la notte di Natale il “cippo” era trasferito vicino casa di Assunta che lo accendeva lasciandolo ardere per tutta la Notte Santa.

Le fiamme del grande fuoco, alimentate da ulteriore legname, si spingevano in alto e sembrava che andassero a toccare le stelle. Tutto questo tra la gioia di anziani infreddoliti e di scugnizzi eccitati dal magico evento; molti lo vegliavano fino alle prime luci dell'alba. 

Anche questo era il Natale al Rione Terra, una festa condivisa e partecipata da tutti coloro che, nel chiuso dei loro angusti bassi, non avrebbero avuto la possibilità di stare insieme, per giocare, raccontare e sognare…


GIUSEPPE PELUSO - DICEMBRE 2021


lunedì 13 settembre 2021

Bar D'Artagnan

 



BAR D’ARTAGNAN

 Nel nostro mondo di ragazzini frequentatori di via Napoli - racconta Tommaso di Bonito - c'erano due Bar che si facevano una guerra “amichevole"; il Bar Musto, nel secondo palazzo a mmare, e  di fronte, dall'alro lato della strada, il Bar D'artagnan.

(vedi foto di copertina di Genny Casella)

Io ragazzino, poi giovane, ero assiduo frequentatore del primo, mio Padre assiduo frequentatore del secondo.

Ancora oggi ricordo mio padre seduto ai tavolini fuori al Bar D'artagnan, con i suoi amici; la “Spuma Stella” non mancava mai.

Ma ora l’amico Claudio Aguzzi, una vita trascorsa nel Palazzo Cosimato (meglio conosciuto come Palazzo del Carcere), ci riporta in quella atmosfera immergendoci in gioiosi momenti di spensierata gioventù.

Claudio racconta che una delle figure più rappresentative della vecchia Via Napoli è senz’altro Raffaele Musto, meglio conosciuto come D’Artagnan, nome ereditato dal suo bar.

Il locale, che comprendeva una sala interna e un gran numero di tavolini all’esterno, costituiva il principale punto d’incontro della maggior parte dei giovani ed anziani di allora [2].



Nel Bar si formava sempre un nutrito gruppo di persone e, tra fumo, grida e risate, si discuteva di vari argomenti; i dibattiti erano spesso molto accesi, ma mai una rissa, o una violenza.

Tante le discussioni e gli “appicciche”, sempre verbali, quando si parlava di calcio; opinioni accese sul Napoli di Vinicio o di Pesaola, … c'erano cento allenatori a discutere.

Poteva essere considerato il Bar dello Sport, ma anche il Bar del gioco e degli scherzi; a danno sempre di qualcuno meno simpatico da “sfrocoliare”, specie se era presente qualche sostenitore della juve.

D’Artagnan, ovvero Raffaele Musto, era sempre sorridente, gioviale e disponibile ed all’occorrenza aiutava chi si trovava in difficoltà; per cui era stimato da tutti.

A volte anche qualche bambino, dopo piccole marachelle, chiedeva il suo aiuto per non essere picchiato dai genitori; lui volentieri lo accompagnava a casa sdrammatizzando e scherzando sull’accaduto. Tutto si risolveva con una battuta e una risata e in quella occasione niente botte.

Giuseppina Rotta ricorda - aveva 12 anni - che la madre era incinta del fratello e all’improvviso ebbe una “voglia” di fragole. Il Padre lo disse a Raffaele D’Artagnan e questo subito sciolse del gelato a fragola dando le ricavate fragole al Padre. Giuseppina lo ricorda bene e sua madre lo raccontava sempre; altri tempi, altre amicizie, altri modi di fare.

D’Artagnan era inoltre tifosissimo del Napoli e, ad ogni vittoria della sua squadra del cuore, distribuiva caramelle e dolcetti ai piccoli avventori presenti. Poi, nel caso di vittoria sulla Juve, era pronto a partecipare attivamente all’organizzazione del funerale con tanto di manifesti, bara e corteo funebre.

Già dall’immediato dopoguerra si organizzavano partite di calcio giocate sulla spiaggia, nell’unico tratto più largo, di fronte al palazzo del carcere. Da Pozzuoli centro veniva una squadra formata da molti pescatori e questi incontri erano occasione di amichevoli scommesse [3].


In queste occasioni il portiere titolare era sempre lui; il suo ruolo non era messo mai in discussione, non tanto per la bravura, quanto per la sua simpatia e per il suo innato umorismo. Non a caso ha dato ad uno dei suoi tanti figli il nome “Ottavio”, in onore dal famoso portiere del Napoli di allora, Ottavio Bugatti.

Una sera, negli anni sessanta, si sparse la notizia che la squadra del Napoli con Sivori ed Altafini era a cena al ristorante “Vincenzo (ancora) a mare” e D’Artagnan, coadiuvato da altri, tentò di raggiungere il locale da mare con una barca [4 - foto di Luisa Pietropaolo].



Questo perché non era possibile entrare dall’ingresso principale, via terra, ma, accecati dal tifo, commisero un grave errore che un esperto non farebbe mai; non controllarono se il tappo (l’alliev) era inserito. Raggiunto il ristorante, spararono i fuochi d’artificio che si erano portati e, nell’euforia del momento, si accalcarono tutti a poppa; il peso fece spostare l’acqua che aveva raggiunto ormai i paglioli e stavano per affondare. Dovettero correre in aiuto con un’altra barca, perché tra l’altro, il buon D’Artagnan, anche se puteolano, non sapeva nuotare.

Chissà se qualcuno dei testimoni di allora, leggendo queste righe, non possa dare ulteriori aggiornamenti e precisazioni sul caso.

Molti, tra cui Giulio Lo Moriello, definiscono D’Artagnan, con sua moglie Maria e poi suo figlio Ottavio, le vere icone di Gerolomini.

Giulio ricorda che la signora Maria lo sfotteva; poteva ben farlo perché dal suo seno prese il latte che sua Madre non aveva.

In pratica gli salvò la vita; lui e Ottavio erano coetanei e succhiavano ognuno da un seno della signora Maria. Ottavio da grande ancora lo stuzzicava; si riteneva creditore di molti litri di latte.... Storie semplici ma piene di umanità [5].

 


Anche Maria Laura L., in una recensione sul web del lontano 2012, definisce questo bar davvero una storica presenza sul territorio puteolano.

Ricorda che era il fornitore di gelati preferiti di sua madre e che tante volte scendeva con lei, di sera dopo cena, per prendere un cucciolone, dei magnum e cornetti in quantità.

Ricorda tutte le colazioni fatte in fretta e furia per strada, col cornetto o la brioche comprata poco prima nel bar ed il caffè che ancora galleggiava nel suo stomaco!

Oggi esiste ancora il bar D’Artagnan, gestito da uno dei nipoti, figlio proprio di Ottavio; la terza generazione dal lontano1943.

Giustamente Maria Laura, nella citata recensione, afferma che oggi la valenza di D'Artagnan è più aggregativa che commerciale. Con questo intende dire che il bar è più luogo di incontro e confronto dei tanti pensionati di via Napoli, piuttosto che locale inserito nella movida puteolana di cui oggi tanto si parla.

La clientela, infatti, è prevalentemente composta dagli anziani della zona che si vedono spesso, usufruendo dell'ampio spazio con tavolini all'esterno del locale, per chiacchierare dei vecchi tempi andati, della mala politica o delle proprie insopportabili mogli [6].

 


Claudio Aguzzi conclude affermando che è stato estirpato il tessuto sociale; mancano i riferimenti e non c’è più quell’atmosfera che ti avvolgeva, specie in quelle serate d’estate.

Non c’è più lui, Raffaele Musto, e non ci sono più tutti i clienti, amici di allora.

Tutto è cambiato. Peccato!  


Memorie scritte da Claudio Aguzzi

Ricordi di Tommaso Di Bonito, Giulio Lo Moriello, e altri

Curatore: Giuseppe Peluso


Pozzuoli, Settembre 2021